Il secondo volume di “Bella e la sua gente” di Tonino Spena

DI PASQUALE ALLEGRO

Ma quant’è Bella la gente di Tonino Spena. Quant’è bella la gente incorniciata nei ricordi, che negli anni che passano svelano sempre più profili che vorresti recuperare. Alcuni li chiamano valori, altri magari solo facce che scolorano come diapositive sdrucite.
“Vi sono raccolte testimonianze dirette e un gran numero di immagini che dicono molto più delle parole” nel secondo volume di 
Bella e la sua gente, il nuovo libro fotografico che Tonino Spena ha confezionato per la sua gente, sì, ma un po’ anche per tutti quelli che ricorrono ancora alla Storia per costruire il proprio futuro, in barba a chi sostiene che l’evoluzione virtual connection ci salverà dalla nostalgia: ma chi veramente non desidera ritornare? I sogni poi appartengono alle essenze dei giorni, alle memorie del sottosuolo come diceva un russo famoso altroché, e non alle maschere che sventolano in superficie, così lontane dai volti veri e scavati degli uomini.
Ma questa è la vita, sfogliatela signore e signori, pare introdurre Tonino dal suo pulpito da mattatore, perché “ricordare, ricordare è anche vita”, e questa sua seconda raccolta di esistenze è dedicata “a chi ha nel cuore Bella, a chi è lontano e la mattina non può abbracciarla”, ma anche a chi, come noi viandanti nel bel mezzo del post-moderno, si ferma un istante a risentire gli odori e i sapori di un pezzo di mondo no gas
.

Questo libro è la cura, per lo spirito che ha bisogno di rallentare e d’impreziosirsi lo sguardo sulle immagini di uno schermo nuovo, bianco e nero, due colori non colori, due soltanto come le forze del bene e del male; e si rallegra quello spirito davanti ai bambini in festa, ai bambini in calzoncini corti, costretti in posa, perché non si fermano mai, no, i bambini in bianco e nero non se ne stanno seduti sulle panchine tra bip e click. E davanti ai giovani, alle prese con le prime lambrette, i più fortunati, o le prime carrette gli altri, costretti a lavorare nei duri campi eppure così felici perché poi la sera in piazza – quella bellissima Piazza Roma nel quartiere Bella, incorniciata dagli alberi secolari e non quella di oggi così puerile e recuperata alla buona – nei dì di festa patronale magari, a sfracellare la cuccagna che penzola in alto, sempre più in alto a toccare quasi l’effige della Madonna delle Grazie.
Ma quanto sono diverse poi quelle famiglie che si stringono attorno ai flash delle prime macchine fotografiche, così interamente raccolte, tutti per uno e uno solo il fotografo, perché niente si faceva da soli perché c’era l’altro, al di là del selfie di oggi, una così brutta parola per dire autoscatto in un modo così carico di solitudine. E quelle famiglie, povere e benestanti, con le didascalie che dicono tutto di loro, dietro nomi come Malerba e Feroleto che parlano di negozi di scarpe e di farmacie, o come Di Cello, che esprime la forza di vivere di un simpatico novantenne che da prigioniero di guerra in una tenerissima lettera assicura: “A me non mi pensati che io fino adesso che scrivo che è giorno di san Giuseppe sto bene”. Sgrammaticando come tanti a quell’epoca di miseria, ma embè ha scritto più lui che nei centoquaranta caratteri di oggi pieni zeppi di improponibili abbreviazioni.
Ma quant’è Bella la gente di Tonino Spena, fatta di uomini che lavorano, che suonano e brindano ad ogni piccola gioia o perplessità, con ciuffi come autostrade e baffetti da sparviero, e fatta di donne che si tengono accanto sempre i fanciulli e nelle mani, da instancabili lavoratrici, galline tramortite o baccelli di fave, vestite da pacchiane, vestite anche a mare, quel mare che “com’era bello e diverso andarci allora”.
Quant’è Bella questa gente. Gente che da Melbourne ti spedisce una cartolina puntellata di lacrime e nostalgia.

(da “Il Lametino”, maggio 2014)